tradiscono i sogni:
i grassi sogni di persone
che non ho più
che non ho ancora,
corvi mattutini sulle spalle
e larghe mancanze di corpi
e passeggiate.
è tutto un contare
quanto di più e di meno
si è soli oggi e si è soli domani,
aspettando disperatamente
enormi malattie o mostri dai laghi
perché mai verrà un grande maniscalco
a serrare dentro forti portoni
questi campi di draghi.
è un porto che non conosco
quello dove poter partire
per un buon posto per un ricordo –
prendi le lance ma io non vengo
ancora…
non esce il Capitano, questa nave
non parte, la tiene dalla prora
una mano di madre, una trave
è la mia schiena infilzata
alla mia ora,
bada a te stesso, uomo.
nella bocca d’acqua si cade
come dentro una secchia
di mondo brutto, crolla un pezzetto
e il resto è tutto nella buca:
nel legno, ti aspetto nel legno
Luca.
Megattera
è la parole femmina
che devo scacciare
per pronunciare ancora
mare
mare
mare
mare.


C’è una lunga strada dritta vicino a casa mia. Una strada scavata tra i campi, come dal solco enorme di un ancora più enorme aratro. Collega il paese dove abito al raccordo verso la superstrada, l’autostrada, Milano. Da alcuni anni, nei primi giorni di dicembre, una gru che da sempre sta a lato di questa strada viene addobbata con delle luci di natale, luci di natale di due tipi: gialle a filamenti, che ricoprono tutta la struttura metallica della gru; e bianche ad intermittenza, che tempestano di punti bianchi la struttura illuminata dai filamenti.
Se passi di notte da questa strada ad un certo punto vedrai spuntare dal buio la T della gru illuminata come un albero di natale, il nostro albero di natale. E se per caso ti capitasse di fermarti sotto alla nostra gru-albero di natale, troveresti i doni che noi, ogni notte del ventiquattro dicembre da molti anni, ci scambiamo facendoci gli auguri: blocchi di cemento grigio alti non più di tre metri e larghi altrettanto, che fino alla notte di ogni ventiquattro dicembre attendono il loro turno sotto il tronco e i rami metallici della nostra gru-albero di natale. Noi ci regaliamo solo quelli, nient’altro.
A che cosa ci servono? C’è un mare davanti a noi, il mare dei trecentosessantacinque giorni di lavoro e produzione dell’indomabile provincia bergamasca. Quella è la materia che ci fa lavorare, produrre, guadagnare. Ed è la stessa che attraversando il mare ogni anno ci fa affondare lentamente, sempre un po’ di più, perché tutti lo sanno che attraversando il mare con un blocco di cemento addosso si affonda, si annega. Ma noi non ce ne accorgiamo di affondare, né tantomeno ci accorgiamo che qualcuno ogni tanto annega. Perché a noi quei blocchi servono, e per di più sono i nostri regali di natale che ogni anno ci scambiamo, dopo che dai primi di dicembre fino alla notte del ventiquattro stanno ad attendere sotto la nostra gru-albero di natale. Non può esserci nulla di cattivo sotto una gru, pensiamo, non può esserci nulla di cattivo sotto un albero di natale. E intanto affondiamo, qualcuno annega, e sulla strada le luci illuminano la T metallica della nostra gru-albero di natale. Che se la guardi bene, con tutte le sue lampadine gialle sempre accese e quelle bianche a intermittenza, non sembra un albero di natale, non sembra neanche una gru. Sembra una croce. La nostra croce-albero di natale, con sotto i blocchi di cemento di chi anno dopo anno piano piano affonda. Di chi a forza di affondare, dopo un po’ annega.
Buon natale.
l’amore che ci prende a branchi
che ci crocifigge silenziosi alle vetrine
cos’era allora? lo ricordi?
un diario dove scrivere parole
strade buie e sabati pomeriggio
dove accecare i corpi
e lasciarli senza nome.
ma non cercarlo ancora: se ci fosse
lo scolpiremmo in fondo ai battiti
quando manca una temporanea redenzione.
abbiamo trovato un mondo formicaio pesante
ed occhi da lupi dei primi amori andati dei nuovi senza lasciti.
lo sappiamo bene tutti:
saremo noi a sbranare
saremo noi ad essere sbranati.
dice il mio amico Francesco
che prima di uscire lui si masturba
perché così i feromoni vanno nell’aria
e nel naso delle ragazze che poi
lo vogliono di più.
adesso anch’io, prima di uscire
il vestito pulito le scarpe nuove
i capelli a posto il profumo spruzzato
e una sega
che mi posiziona meglio sul mercato,
proprio come aidayespica
o un peluche di vombato.
Chi ha perduto il pudore, ha il cuore morto.
(proverbio popolare)
«Io nel piano sto al terzo punto. Entro, cambio i vestiti che mi dà la sarta, esco. Di tutti i punti del piano il mio è il più importante. Io non l’avevo capito subito che è il più importante, ma poi tutti dicevano così, e allora ho cominciato a pensare che era vero. E in effetti il mio punto è importante e io lo eseguo.
Nel piano il punto uno è quando succede, cioè proprio quando capita la cosa, che poi vanno eseguiti anche tutti gli altri punti Veloci E Precisi Uno Dietro L’Altro come ci disse il Direttore. Il punto due invece sono le persone delle sicurezza, otto, che entrano e senza stare lì a badare troppo all’importanza degli ospiti li invitano a spostarsi dietro le quinte per lasciare spazio. Il punto tre, come vi ho detto, sono io. Ma dietro di me a darmi i vestiti che devo cambiare c’è la sarta, e dietro di lei altra gente, ma io non so chi sono questi. Durante la registrazione della trasmissione io sono lì, pronta a tre metri dal camerino e a tre dallo studio – li ho misurati: sono Precisa come ha detto il Direttore – e aspetto che succeda. Quando succede l’assistente dà il via al piano, le guardie entrano, eseguono il punto due e la sarta intanto entra in camerino ed esce con i vestiti che le vengono dati. Io le vado incontro, prendo i vestiti ed entro in studio. Le persone della sicurezza mi circondano – Non Si Deve Vedere Niente Di Niente: anche questo ha detto il Direttore – cambio veloce i vestiti che mi ha dato la sarta con quelli che ha addosso il Signor Vespa ed esco. Mentre esco incrocio la truccatrice, che sta al punto quattro che è meno importante del mio ma comunque è importante. Una passatina di trucco serve a mandare via quelle due o tre gocce di sudore che scendono un po’ a tutti quando succede, e soprattutto se succede così tanto, e sotto i riflettori poi.
A noi il piano ce l’ha spiegato il Direttore dopo che successe la prima volta, la prima volta che non successe una volta sola, ma due, ma noi non capimmo del tutto. Era l’undici settembre duemilauno quando gli arabi buttarono giù le Torri Gemelle. Io già ero una delle due costumiste di Porta a Porta, la più anziana, trent’anni di servizio alla Rai e con il Signor Vespa da quando aveva iniziato la trasmissione. La riunione per il piano ci fu il giorno dopo, al mattino, che avevamo finito da poche ore la diretta che era durata quasi tutto il pomeriggio e tutta la sera fino a notte fonda e non era stata una diretta facile. Chi lo poteva sapere che gli arabi avrebbero buttato giù tutte e due le Torri Gemelle. E poi sai la tensione, sai non sapere quanti erano i morti. Sarà stato anche quello che al Signor Vespa glielo fece succedere per la prima volta, e due volte addirittura. La prima piano, come una scossa ma non troppo forte. Gli aveva piegato le gambe, però la camera – almeno a me disse questo anche il Direttore – non era su di lui, così era bastato mandare la pubblicità e bere un bicchiere d’acqua. Ma la seconda volta era stata forte e la camera era su di lui, l’ho vista io spostarsi veloce per non fare vedere niente. A noi era sembrato un mancamento. Un mancamento strano ma un mancamento: il Signor Vespa che si piegava sulle ginocchia con le mani in mezzo alle gambe. Pubblicità, via in camerino – ma a me non mi fecero entrare – e poi di nuovo in diretta.
Il giorno dopo allora ci fu la riunione. Il Direttore in quel momento era il signor Cattaneo. Nel suo ufficio, che era grande, eravamo io, lui, il direttore di produzione, la truccatrice, l’assistente di studio, gli otto del servizio di sicurezza e qualcun altro che non avevo mai visto. Il piano era già pronto, prima di spiegarcelo ci disse che Non C’Era Tempo Per Fare Domande. Noi ubbidimmo, che tanto lì non ero la sola a non aver capito che cosa era veramente successo. A dir la verità, però, anche del discorso che il signor Cattaneo fece io non avevo capito una cosa, ma anche lì non ero la sola a non aver capito. Alla fine dell’esposizione di tutti i punti e dopo le raccomandazioni di essere Veloci E Precisi il signor Cattaneo aveva alzato la voce – ma forte, come io non mi sarei mai immaginata da un uomo sempre così a modo – e aveva urlato: E Che Nessuno Dica Che Quest’Uomo È Un Pervertito! Bruno Vespa È Un Professionista! Una Garanzia!. E chi dice qualcosa. Avrà problemi di pressione, di cuore. Con tutto quel lavoro, il Signor Vespa, non sarebbe strano. Che c’entra l’essere un pervertito, pensavo io. Poi, finito di urlare quelle cose, ci aveva dato a ognuno un libretto stampato di fresco che la carta era ancora calda di fotocopiatrice, con tutti i punti e il nostro di ognuno segnato in evidenziatore giallo sulla prima pagina con tre punti esclamativi.
Lo sapevano tutti, ovviamente, del piano. Perché tra noi costumiste, truccatrici, quarant’anni in Rai chi più chi meno, si sa tutto di tutti. Ma non che se ne parlasse con gli altri, gli otto della sicurezza, il direttore di produzione, l’assistente. Quelli vanno e vengono, non si sa mai se li trovi il mese dopo. Noi invece rimaniamo, quarant’anni in Rai io, noi sappiamo tutti di tutti. E del piano se ne parlava tra noi ma non con gli altri, quelli che se non ricordo male erano pure nel camerino quella volta che successe, la prima volta al Signor Vespa. Anche perché poi passò del tempo prima di metterlo in pratica il piano, e allora quasi ce ne eravamo dimenticati. O meglio: ce lo ricordavamo tutti, ma ormai si parlava d’altro e il Signor Vespa stava bene che neanche sembrava lui quello dei mancamenti in diretta.
Poi una volta il piano rischiammo davvero di iniziarlo. Fu ancora la puntata sugli arabi che fecero saltare la stazione di Madrid lasciando tutti quei morti, che anche io che prendo il treno per venire in Rai potevo essere una di loro se fossi stata spagnola. Anche lì le gambe al Signor Vespa gli si piegarono e ancora si mise le mani in mezzo alle gambe come a coprirsi. Pubblicità, ripresa, e poi camminava come infastidito, come quando fanno male le scarpe o stringono i pantaloni, così. Quella volta non c’era stata nessuna riunione, che tanto il piano era pronto e comunque l’assistente di studio non l’aveva fatto partire.
Il piano invece partì qualche settimana dopo, che era aprile se non sbaglio, quando ammazzarono gli arabi quel povero ragazzo in Iraq che era andato là a lavorare, Fabrizio Quattrocchi. Io cosa è successo adesso lo racconto, ma poi non mi chiedete nient’altro che non voglio storie. A me questa storia mi urta perchè c’è un limite a tutto, ma lavorare è il mio dovere e lo faccio. Sono una brava persona che sta da quarant’anni a fare i costumi alla Rai, io. La trasmissione era andata in diretta straordinaria fermando un programma con Pippo Baudo, il David di Donatello o una cosa del genere mi pare. Il Signor Vespa aveva preso la diretta facendo il lancio, quei pochi secondi che vengono sempre fatti prima dell’inizio della trasmissione vera, si chiamano così. E poi dopo aver lasciato finire a Baudo quel poco che doveva ancora fare aveva cominciato la trasmissione. C’era Rutelli in studio e Frattini che allora era ministro. Le notizie arrivavano mentre era già iniziato tutto, gli avevano sparato a quel ragazzo e c’era un video su quella cosa e non si capiva bene cosa stesse succedendo e cosa no. Però l’assistente di studio e anche il direttore di produzione che non doveva esserci ma poi è venuto a vedere cosa accadeva, erano tesi ma contenti come quando si sa che gli ascolti saranno alti – e lo credo bene, un ragazzo italiano ammazzato dagli arabi è una cosa che colpisce tutti. Però il Signor Vespa era strano, anche lui teso ma con la voce debole, un po’ come quando manca il fiato perchè si fanno troppi gradini e poi si fa fatica a parlare. Noi lo capivamo che era strano e che l’assistente e il direttore di produzione erano tesi anche per quello probabilmente, ma comunque la trasmissione procedeva bene. Poi ad un certo punto il fiato del Signor Vespa si è fatto pesante veramente, proprio un affanno nel microfono si sentiva, sempre più forte, e l’assistente ha cominciato a chiamare la pubblicità e il Signor Vespa ad un certo punto l’ha mandata, che il fiato era sempre più pesante e aveva anche cominciato a tremare. Poi è successo tutto davvero velocemente: la pubblicità parte, il Signor Vespa che cade in ginocchio con le mani mentre tenta di coprirsi la patta dei pantaloni, poi dalla posizione in ginocchio sul fianco sinistro, e alla fine steso a terra su tutta la parte laterale del corpo. L’assistente che dice a voce alta ma senza urlare Via Al Piano, gli uomini della sicurezza che entrano e fanno uscire alla svelta gli ospiti con Rutelli e Frattini che chiedono cosa sta succedendo ma poi la smettono ed escono anche loro, e la sarta che intanto entra di corsa in camerini, esce e mi dà i vestiti. Sono un paio di pantaloni e uno di mutande. Io ho imparato che in Rai, se vuoi rimanere al tuo posto, le cose che sono da fare si devono fare sempre e comunque. E allora non ho ragionato su quello che avevo in mano, l’ho fatto e basta. Però mi ricordo tutto bene. Il Signor Vespa era steso a terra sul fianco. La patta dei pantaloni era bagnata, tanto bagnata. La macchia si allargava verso i fianchi e al centro diventava sempre più scura. Io Veloce e Precisa come mi aveva detto il Direttore gli ho sfilato prima le scarpe e poi i pantaloni, ma quando ho visto le mutande tutte bagnate mi sono fermata. Sì, mi facevano schifo quelle mutande ma io non mi sono fermata solo per quello. Mi sono fermata perché mentre era a terra, io me lo ricordo bene, il Signor Vespa che aveva gli occhi socchiusi sussurrava Sì Fabrizio Quattrocchi Muori Che Vinciamo La Serata Stasera Sarà Un Trionfo ma non così veloce come gliel’ho detto io adesso. No, lento, con dei respiri profondi. Io mi vergogno a fare come faceva lui, ma lei mi capisce bene come le diceva lui quelle parole. Allora io invece di togliergli anche le mutande e mettergli quelle pulite ho nascosto quelle pulite in tasca, ho finito di sfilargli i pantaloni, gli ho messo quelli puliti e poi di nuovo le scarpe. Il mio dovere io l’ho fatto. Nessuno si è accorto di nulla perché le guardie che mi circondavano non osservavano me ma l’esterno, stavano attente che nessuno si avvicinasse. Poi finito il mio lavoro sono uscita dallo studio e sono andata in bagno a vomitare.
Non fa niente se ho vomitato e non fa niente neanche se dopo quel giorno mi è venuta in mente una volta che mio nipote, che è intelligente e dice quello che pensa, mi ha detto Vespa È Uno Che Gode Delle Disgrazie Altrui. Forse mio nipote ha ragione. Ma quello è il piano, e io sarò sempre pronta al mio punto tre a prendere i vestiti. E’ il mio dovere. E poi sono cose che possono succedere a tutti. Ha ragione il Direttore: il Signor Vespa rimane comunque un professionista».
ora prendi le tue quattr’ossa ed esci
o rimani ed entra nel tempio scarso di quest’uomo.
o fuori o dentro: la soluzione è
rosari di scariche
orgasmi di terra contro figli di cemento.
uccidere è un buon modo di fingerti
ma non sarò l’animale arrabbiato ferito
ma la ferita nel tuo animale vertebrale,
o lasciati trovare nel volo degli angeli
tra i pesci azzurri a scopare nei porti.
la terra trema per l’aratro del tuo cuore
per il tuo fegato appaltato ad insegne brillanti.
tutto ti scivola interno scivolando negli istanti
ma è inchiodata al mattino la paura di perderci.
la soluzione è
rosari di scariche, arrivare nella polvere
e romperci per rompere.
crepa.
Tu manchi
da questa casa
senza tende
senza vetri
senza finestre
da cui sfuggono lontane
tutte le canzoni d’amore
che vorrei cantarti
quando tornerai dal fronte
del tuo cuore scompagnato.
i primi due versi sono ricalcati dalla poesia “Tu manchi da questa camera” di Mariangela Gualtieri.
30 luglio - Gerusalemme
I.
(guida)
ci ha guidato in questi giorni
un uomo bellissimo:
jack palestinese cristiano
per noi voce di ferite e fedi
che ha visto il carcere e la tortura
che ha visto il suo popolo violentato
che ha visto il suo popolo ammattito di violenza.
tutto è nella sua voce
e nel suo sorriso che raccontando
mai si arrende. mai.
per il suo appassionato fuoco di memoria
io scrivo oggi la parola lacrime
che cadano per lui e per noi
in dolore amore gloria.
***
Note:
I.
(guida)
Di Jack, la nostra guida, non ho mai imparato né ricordo ora il vero nome arabo. Ma non importa. C’è ben altro da ricordare. Grazie davvero.
(fine)
29 luglio - Gerusalemme, Taybeh
I.
(la terra spaccata)
parent circle fa stringere mani
a genitori palestinesi e israeliani
che al conflitto hanno lasciato un parente.
anche per loro pacifismo è solo ipocrisia:
ce lo dice un elegante signore israeliano
addentato di un figlio bravo soldato,
a cui darei tutta la mia speranza
se solo servisse e ne avessi una.
«questa è una guerra di uomini
in cerca di ragione e sopravvivenza:
difendersi è necessario,
occupare terre e violare vite
è prepotenza»:
ce lo dice chiaro, ed è un’onesta
che rimesta certezze
e scompagina illusioni –
così ora potrei scrivere
la parola dialogo
se non fosse utile e reale
come scrivere aria fritta
o acqua calda.
questa è la terra spaccata,
religioso-geografico è il guasto.
rinunciate tutti ad un po’ di terra, genti, e zittite dei:
vivere è sopravvivere e amare,
stupirsi e riuscire a arrivare
alla fine del mese.
II.
(arbusti)
eppure anche qui si trovano
fortissimi arbusti che cercano il cielo
salvando il salvabile:
sono suore che curerebbero il mondo
se il mondo fosse malato e perduto in un muro
come i loro bambini,
sono preti rocciosi di valli
che ritrovano l’identica fame
di giustizia ed immane uguaglianza
di un cristo beato nel sangue.
padre raed è una testa che brucia,
un libro di storia che pulsa passione
e giudica il mondo se serve – e qui serve.
a taybeh, il suo luogo, la storia del guasto
arabo-ebreo sgorga com’è
da una bocca e da un corpo
smaniosi di quiete e giustizia.
c’è un filo di santa salvezza
in questo soldato di un dio
che rinuncia pur di salvare:
e alla fine non sembra lo stesso
dei dinosauri di roma, che mai
verranno a scampare
una terra dal destino in cancrena.
***
Note:
I.
(la terra spaccata)
“Siamo un gruppo di genitori in lutto che desidera impegnarsi per portare la pace tra israeliani e palestinesi. Noi che abbiamo perso i nostri figli nella guerra tra i due popoli, sentiamo la pace. Noi, madri e padri, vogliamo arrivare a un accordo fra i due popoli e desideriamo rafforzare i dirigenti di ambo le parti durante i negoziati”. Parent Circle è un’associazione che raccoglie uomini e donne israeliani e palestinesi che hanno perduto un figlio nel conflitto. Gente normale, che lotta per la pace.
II.
(arbusti)
Suor Donatella da venticinque anni è impegnata a Betlemme a curare bambini e, negli ultimi anni ma chissà ancora per quanto, a farli andare al di là del muro, dove solo ospedali più attrezzati del suo potranno curarli. I cristiani in Israele e Palestina soffrono lo schiacciamento tra due religioni più numerose e arrabbiate, aiutano fino a dove possono, sopravvivono fino a quando emigrare non è necessario. L’ultima lettera di Benedetto XVI ai cristiani di Terra Santa questa suora meravigliosa l’ha stracciata e gettata nel cestino. La capiamo bene. A Roma, ultimamente, vanno molto di più di moda le questioni di letto.
Di padre Raed, da Taybeh, dico già molto nel testo. Aggiungo solo due cose. La prima che è identico a Franco Battiato. Raed è libanese, Battiato siciliano, una parte di sangue arabo li accomuna, una parte di dna li ha fatti fotocopie di naso, mento, fronte. Riceverà presto alcuni dischi del cantautore, anche perché non essendo stato io il primo a dirgli della somiglianza, si è stufato di essere così simile a uno che non ha proprio mai sentito. La seconda è che se suor Teresa ha stracciato la lettera, padre Rahmid invece l’ha scritta. A Benedetto XVI, dopo alcune spiacevoli esperienze di comunicazioni romane. Oggetto della missiva: se le capita di passare da Taybeh non si fermi, non le aprirò.
28 luglio - Gerusalemme, Gerico
I.
(deserto)
passo il deserto verso gerico
col mio fazzoletto di non-senso in tasca
e comprendo sulla pelle sulle ossa
che religione serve a non cadere
dentro questi canyon di sassi e polvere
che tutti costeggiando attraversiamo
coi nostri tre o quattro fantasmi
mano nella mano.
II.
(deserto: zenith)
allo zenith il sole è una martellata
sulla mia volontà: con le gambe
cerco l’ombra, ma il resto di me
vorrebbe letti piscine arie condizionate.
andata e ritorno nel deserto
è prima ragione d’eden,
un mito di giardino da agognare
contro polvere sassi solitudine oscena.
III.
(deserto: taci e fingi)
tutte le pietre di questo deserto
sono il mio fernando pessoa
e mi urlano nella loro fisica solitudine:
sei solo, taci e fingi
sei solo, taci e fingi
sei solo, taci e fingi.
IV.
(deserto: arrivo)
l’arrivo è catarsi compiuta,
corpo che si distende e sudore che benedice
i muscoli induriti, assenti.
ma l’acido lattico del mio cervello
grida a tutto il resto
senza che il resto sappia rispondere:
chi ha permesso tutto questo?
chi ha permesso tutto questo?
chi ha permesso tutto questo?
***
Note:
I.
(deserto)
Brevemente: in mezzo a certi deserti suicidarsi è meno complesso.
II.
(deserto: zenith)
“Gli oltremondi mi sembrano subito contromondi inventati da uomini stanchi, sfiniti, essiccati dai ripetuti viaggi tra le dune o sulle piste pietrose arroventate. Il monoteismo nasce dalla sabbia.” (Michel Onfray)
Arrivato alla seconda citazione da Onfray darò a qualcuno il sospetto di essere ateo (o addirittura ateologo) ed estimatore del pensatore francese. Niente di più falso: non sono ateo e ho scoperto le due citazioni del filosofo francese dopo essere tornato dal viaggio, cercando appunto due frasi che spiegassero bene ed in breve il significato dei due testi a cui sono state abbinate. Insomma: conosco Onfray ma il citazionismo è ad uso, e per pigrizia.
III.
(deserto: taci e fingi)
“Sei solo. Non lo sa nessuno. Taci e fingi” dice Fernando Pessoa, poeta portoghese che riempì il suo deserto con una schiera di invenzioni personali e indipendenti, come quel Riccardo Reis che davvero, oggi e allora, pronuncia quella frase.
27 luglio - Gerusalemme
I.
(religione della memoria)
le prime parole di oggi
cadono dritte sulla memoria di mia nonna,
morta un anno fa e unica prima di me
ad arrivare fin qui.
ma dei tre culti incastrati in queste pietre
nessuno mi è d’aiuto:
si occupassero ancora i loro dei
di vita-dolore-morte e non di storia,
forse non avremmo bisogno di appenderci
un poco esausti
ad una solitaria religione
della memoria.
II.
(tempio)
sul bus verso yad vashem
ascolto la potente litania di intimisto
che mi scava dentro un fiume verticale
dove scorre travolgendo ogni cosa
tutto il mio dolore del mondo.
la mia conversione è verso la più completa lucidità,
il mio corpo che urla e lotta nei suoi pensieri più virili
è davvero l’unico tempio.
III.
(yad vashem)
yad vashem, la collina della memoria,
conta un milione e cinquecentomila bambini
ammazzati nei campi d’europa
dal maleficio del reich:
non c’è scriba che possa segnare
tutti quei nomi, né cancellarne
tutto l’inestimabile dolore.
eppure questo popolo di dispersi
finalmente ritrovati
sembra non vedere
che è la troppa terra
a far nascere colline,
che è la troppa terra
a spandere livore.
IV.
(gerusalemme)
gerusalemme è un impasto non venuto:
grumi e filamenti,
acqua che non s’asciuga e non lascia lievitare.
il venerdì è inizio di shabbat,
i riccioli ortodossi vanno verso il muro
a pregare un dio impresario edile
con movimenti da canne al vento
che furono di davide re e profeta.
è festa, ma di uomini dalle facce
troppo serie: là fuori la città trascorre indifferente
mentre dentro i ragazzi e le ragazze
si corteggiano con kalashnikov e pistole
a tracollo sulle polo, in fondina sulle gonne.
che la terra sia promessa e mantenuta
costi quel che costi,
che arrivi il terzo tempio nel giorno benedetto
e sposti eternamente quello spiano di moschee.
V.
(italiani)
al sepolcro un pope ortodosso
controlla la fila ad entrare,
siamo italiani ed italia
significa calcio, mondiali.
il suo rosario per noi
è una giaculatoria di calciatori d’annata
lungo i misteri gaudiosi
dell’inter dello scudetto
della juve del trap e cabrini
dell’italia campione del mondo
con sandro pertini.
***
Note:
I.
(religione della memoria)
Questi versi richiamano una mia breve raccolta di sestine (mai pubblicata, come tutto ciò che ho scritto fino ad oggi) interamente dedicate a mia nonna. Titolo: Miche – sestine per mia nonna. L’ultima di esse credo spieghi tutto: “perché ci sarebbe stata anche la morte in fondo / dopo tutta la conta scientifica barbarica / dei tuoi mali: come se non fosse bastato il mondo / il tuo mondo controcanto di vuoti e fatiche… / ma di te rimarrà un’altissima religione tragica: / fatta di tuoi momenti nonna. di mie dolcissime miche.
.
II.
(tempio)
Intimisto è una canzone dei C.S.I., dall’album Ko de mondo. La versione che ho ascoltato durante il viaggio è quella ripresa da Giovanni Lindo Ferretti, voce e autore dei testi del gruppo, per lo spettacolo Litania, sorta di preghiera cantata realizzata con l’organettista Ambrogio Sparagna riprendendo i canti religiosi tradizionali della dorsale appenninica tosco-emiliana e alcuni brani scritti da Ferretti durante la sua carriera da scrittore di canzoni. Ferretti, interpretazione mia, ha scritto il testo di Intimisto sulla scorta della forte malattia avuta alcuni anni fa. Alcuni passaggi in questo senso sono chiari, e credo che spieghino meglio pure il significato del mio testo: “Mi rubi il tempo, mi rubi l'energia / non ascolti il lamento, non ascolti il richiamo / incrini il mio coraggio, vanifichi l'attesa / le sere che ti aspetto, i pomeriggi che aspettano la sera / mi rubi la mattina che mi sveglio da solo e non sta bene... / distruggi le mie felicità perché sono da poco agli occhi tuoi... / qualcuna la riempi, la gonfi a dismisura / e io devo lasciarla che stava bene silenziosa e sola / e gli occhi tuoi mi rubano la luce / perché tu possa splendere nei miei / allora non rimane niente e te ne vai / allora non rimane niente e te ne vai / consuma spento e lento il mio dolore consuma me”.
III.
(yad vashem)
Yad Vashem in ebraico significa “un memoriale, un nome” e cita il Libro di Isaia (56:5): “concederò nella mia casa e dentro le mie mura un memoriale e un nome […] darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato”. Un frammento di Bibbia sigilla l’eternità di un massacro, mentre all’orizzonte scorrono sembianze di nuove cancellazioni. Si dice che la storia non insegni niente. Viene il dubbio, invece, che abbia già imparato tutto.
IV.
(italiani)
“Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo.” (Pier Paolo Pasolini)
26 luglio - Gerusalemme, Betlemme
I.
(paese di guerra)
siamo in un paese di guerra:
ce lo ricorda la notte
rinverdita da otto bagliori
di mortai esplosi chissà dove.
e poi le sirene in lungo e in largo
per la città brulicante luci
e accelerazioni di auto troppo grosse
e radio troppo rumorose.
certo, non è detto che fossero tutte
sirene da cannoni.
però la senti
dentro l’impasto di vento e tensione
la normalità della vita
nel conflitto là fuori.
II.
(betlemme # 1)
pensi a campo profughi
e immagini tende polvere degrado.
il campo profughi di betlemme
ha trent’anni e si è organizzato:
palazzi su palazzi
strade su strade
immondizia su immondizia.
intorno il muro: placche di cemento
ad assegnare non confini ma negazioni,
dove dentro domina e surclassa lo stato d’israele.
i soldati passano per strada
e ci fanno sobbalzare esplodendo un colpo a vuoto.
normale amministrazione spargi paura:
noi siamo al sicuro in un palazzo
ma la rabbia inturgidisce
la consapevolezza si fa dura.
III.
(betlemme # 2)
a betlemme qualcuno ha graffitato
il cemento del muro con smorfie
di uomini e donne che guardano noi
e ci fanno sorridere.
c’è fin troppa roba qui intorno da seppellir di risate:
fortuna che a pensarlo non sono da solo.
IV.
(terra)
ebrei e palestinesi ci parlano
dell’infinito conflitto
e i loro discorsi traboccano
di terra terra terra.
ma c’è troppa religione da queste parti:
terre promesse da mantenere
e manciate di vergini in cambio di suicidi –
divinità che si occupano
di geografie e castighi e sempre meno
di nascita, dolore, morte.
ma a forza di parlarne, questa terra
sta sparendo sotto il duro cemento
dei suoi odi e dei suoi palazzi sempre abusivi.
l’abuso che è l’indifferenza d’Altro
del potere monoteista, cancro gonfio
che oltre il suo redento naso
non sa vedere niente. niente.
V.
(giòsafat)
il nostro albergo
dà sulla valle di giòsafat:
qui sarà la fine del mondo, qui in prima fila
gli ebrei seppelliscono un corpo
che nel giudizio verrà riscattato.
ma anche per noi, è l’ultima parte del libro
a dirci che fine potremmo fare stasera
se il programma verrà rispettato.
***
Note:
I.
(paese di guerra)
Gerusalemme, nei suoi quartieri meno ricchi (quindi arabi), è piena di tamarri. Gli stessi tamarri che abbiamo noi in Italia, con però una sostanziale differenza musicale: com’è ovvio, la musica sparata al massimo là è il più tipico plastic-pop arabo. Batteria elettronica, archi che volteggiano da far venire il mal di mare, voci femminile a raccontare storie d’amore in nenie incomprensibili. Ma il plastic-pop arabo (mi si perdoni la definizione, ne avrei in mente un’altra ma ora non mi viene), a differenza di quello italico, è semplicemente perfetto. Perché non cerca di vestirsi da musica nobile. No, è proprio popolare, anzi populista. Populista come lo è sempre l’anti-musica che non piace a quelli che credono di saperne sempre un po’ di più degli altri. Populista nel suo essere sfacciatamente brutto, sfacciatamente imposto. E ad un certo punto cantato da tutti, nessuno escluso.
II.
(betlemme # 1)
In Palestina i campi profughi sono un’istituzione. Nel senso che, anno su anno, sono stati costruiti come si conviene: di cemento, con le strade, con le tubature. Ma istituzione fa abitudine, abitudine fa scarsa voglia di ribellione, scarsa voglia di ribellione fa istituzione. Circolo vizioso. I palestinesi non sanno protestare bene, ultimamente hanno pure un enorme deficit di leader. Circondati ovunque da un muro, divisi all’interno in due fazioni che negano una l’esistenza dell’altra, danno l’impressione che, più di abbatterlo, il muro vogliano aiutare a tirarlo su.
III.
(betlemme # 2)
L’autore dei graffiti, davvero belli, è Banksy (www.banksy.co.uk).
IV.
(terra)
“Il monoteismo passa per essere la religione del Libro – ma sembra piuttosto la religione di tre libri che non si sopportano affatto.” (Michel Onfray)
V.
(giòsafat)
La Bibbia è uno dei libri più belli di tutta la letteratura. Contiene tutte le storie, tutte le vicende umane che per la loro profonda umanità attraversano universalmente i secoli, tutti i nodi con cui ognuno prima o poi deve fare i conti. E’ epica, tragedia, comicità. Qualsiasi scrittore da essa ha rubato qualcosa. In quanto libro stupendo, ha un finale stupendo, di pura psichedelìa mitologica. Sono stato sette giorni sul luogo dell’epilogo ma, sfortunatamente, non è successo nulla di quanto narrato.
25 luglio - Nazareth, Gerusalemme
I.
(nazareth)
al museo della memoria di nazareth illit
un gorgo nero buca il mondo.
scalini cipressi torce
dettano simbolicamente le più male statistiche,
sculture tracciano gravi le facce urlanti degli scacciati.
ecco la cifra del mondo malato:
una risma umana mandata al macero
che mi cade addosso come un corpo morto
e non di cenere, ma di sasso.
II.
(religione moderna)
la ragazza africana
che prima è entrata
nella basilica dell’annunciazione
e di corsa si è inginocchiata a terra
col tonfo disperato
delle ossa sul marmo
e poi si è alzata improvvisa
per farsi scattare una foto sorridente
davanti alla grotta,
tutto in non più di cinque minuti:
tu chiamala pure religione,
ma io ci aggiungerò moderna.
III.
(kibbutz)
kibbutz vuol dire socialismo
qui, kibbutz lavi di nazareth,
anche ortodossia ebraica.
case animali pasti tutti insieme
per sgravidare futuro e generali,
per le milizie che di là da noi
fanno la guardia ai razzi di hezbollāh.
la nostra guida in questo posto si chiama eva,
ci porta subito in sinagoga.
le chiedo di quanto i rabbini discutano le verità
che per l’ebraismo non sono mai dogma:
si potrebbe discutere di tutto, aggiungo,
paradossalmente
anche dell’esistenza di dio.
il pranzo è pronto, mi risponde,
e si volta senza aggiungere parola
che quella è tutta del monoteismo
che la controlla l’adora l’immola.
IV.
(il deserto: dal bus)
il deserto è la geografia che ho dentro
in certe mattine di vuoto
quando le mie costole sono tutte le dune
e le vene tutti gli spacchi aridi della terra.
l’ho intorno ora il deserto,
un deserto che è tutto deserto di deserto
e mi devo riempire la testa di musica
perché io non riesco
io non riesco.
***
Note:
I.
(nazareth)
La parola gorgo ce l’ho spesso nella penna. Il gorgo, per me, è un racconto di Fenoglio così intitolato, una dura e bella storia di suicidio mancato per amore figliale. Al di là di ciò, la scultura-gorgo di cui si parla nel testo era tutto sommato brutta.
II.
(religione moderna)
Moderno, per quanto mi riguarda, significa spesso negativo: “La religione è finita. Non c'è più nessuno che si vanti di aver portato a letto una suora”. (Ennio Flaiano)
IV.
(il deserto: dal bus)
Qual è la musica del deserto? Io risponderei il blues. Il blues più solitario, più dilatato (non nel tempo ma nello spirito dei senza speranza), più anti-virtuosistico. Quello che prima di cercare gli accordi (blues), sgorga d’anima. Inesorabilmente nudo e solo. Mark Lanegan. Piero Ciampi. Vitaliano Trevisan.
Un po’ all’ingrosso, mentre scrivo, mi viene un pensiero: che le musiche dei luoghi di deserto (Nordafrica, Asia centrale) non siano musiche del deserto. Attraverso le loro stupende complicazioni ritmiche vi si oppongono, tentano un riempimento. Il blues invece, pur essendo comunque musica africana, il deserto lo racconta. Se necessario, lo svela. Se possibile lo allontana.
24 luglio - Milano Malpensa, Tel Aviv, Nazareth
I.
(interrogatorio)
la guardia del mossad
parla col deserto in gola,
in gola per ognuno
ha dieci grammi di paure,
le sputa tutte a macchina
«per la sicurezza dello stato d’israele».
nessun problema, penso:
ma se sono io a non credere
a questa prova d’innocenza, tu ci credi
solo per terrore che fa scena.
oppure è un gioco delle parti:
tu milleottocento al mese
io una settimana
con il vento nella schiena.
guido l’hanno tenuto
fermo a metà del guado
per risposta fuori dal copione.
ha indicato come ponte luca
che sposta le parole dove vuole:
guardia ti ho fottuto, guido pagami da bere.
II.
(compagni di viaggio)
ventisei e luca ventisei f federico
ventisei d un uomo che torna a casa
e mi fa le stesse domande delle guardie.
discendenza delle stelle di abram
che quasi non ha confine che la riconosca
anche lui mi chiederebbe oggi
perché sono qui
quanto rimango
quali sono i miei nomi;
anche lui più che le stelle
conterebbe spaurito le intenzioni.
III.
(tel aviv)
fuori dall’aeroporto
tel aviv esplode di modernità.
vediamo per la prima volta il muro:
dalla cisgiordania è un colle a vista,
una cascata di terra lo ricopre
dalla parte detta buona.
questo cemento non difende, rinchiude:
che la gente non si senta
troppo separata, né troppo sola.
IV.
(jenìn)
…
…
…
…
quattro righe bianche
per il campo di jenìn
brullo di uomini e tende:
ci trapassa gli occhi
col suo cartello a indicare il niente,
col suo spazio di vista d’autostrada
che erano uomini e figli
animali e terre.
***
Note:
I.
(interrogatorio)
Un viaggio in Israele prevede, ancora in terra italiana, una chiacchierata col servizio di sicurezza della meta. Le domande fioccano per ognuno di noi all’incirca tutte uguali. E’ il Mossad, ma scordatevi Munich di Spielberg. Ad un certo punto sembra un quiz di quelli a cui non crede nessuno.
II.
(compagni di viaggio)
Alla partenza girava voce che tra i passeggeri dell’aereo, di bandiera israeliana, ci fossero uno o più agenti in borghese. Il signore accanto a me, dai modi gentili quanto indagatori, ne aveva tutta la parvenza. Quante frottole gli ho racconto su di me e sul resto del gruppo. Pellegrino. In crisi esistenziale. Tra pellegrini anch’essi in ricerca. Che continueranno il loro cammino spirituale anche dopo il viaggio. Sono il re dei quaquaraqua, altroché.
IV.
(jenìn)
In arabo Jenìn significa paradiso. Ovviamente di paradiso oggi da quelle parti c’è poco. Il massacro del 2002, con ventitre israeliani e cinquanta palestinesi ammazzati, cerca e cercherà chissà ancora per quanto una verità storica. Cinquanta, del resto, è numero perfetto per le agenzie di stampa. E si sa che i numeri possono cambiare, e di molto, la visione delle cose.
io sono le cose da esse sono nato
tra loro la mia misura.
di cose il mio spazio di cose il mio tempo
di cose il meglio e il peggio.
la carne incisa dalle cose
lo spirito immaginato e terso:
dalle cose l’assoluto, l’irrisolto,
un verso estratto
un senso eterno.
iena l’Istante mi addenta
Subito mitraglia ieri
spegne futuro e pensieri.
Memoria duole e non manca
l’eterno presente freme
l’eterno presente tiene.
ma le cose oggi sfuggono
attraversano nascite e non le tieni
trascinano spazi che non ricordi
annullano tempi in cui non c’eri.
ed è meglio più cose ed è peggio di meno
che in cose su cose credi ma non speri
che di cose su cose muori ma non vedi.
Rivelati nel Nuovo dimentica Umano
l’Apocalisse è nel NON accanto all’uomo
l’Apocalisse è nel NON accanto all’uomo
iena l’Istante mi addenta
Subito mitraglia ieri
spegne futuro e pensieri.
Memoria duole e non manca
l’eterno presente freme
l’eterno presente tiene.
da Torino le risaie e gli iperponti, a Milano
di aldonove le parole come botole.
cercarti con le mani interno dentro
l’anatomia degli animali
la malattia di sfinimento.
e in mezzo ciò che lasci manca:
io-con-te che tiene, senza
libri occhiali frottole.
nella nebbia un casotto di pietra
nel casotto una gabbia di ferro
nella gabbia i conigli slattati
a morire da soli in natura.
in cantina i salami rimasti
sulle travi le corde ammuffite
sulla ghiaia carcasse di pelli
a sfiancare i topi impazziti.
è questa la fine:
un intreccio metallico
un passaggio di appesi,
e voi da che libro venire cavalli scalcianti?
un colpo inesperto una volta non uccise il maiale
e mezzo sgozzato ed irato
faceva tempesta, benediva di sangue muraglie:
scappavano tutti dal maiale-tempesta.
gli assolti da imbroglio
vedranno le nuvole,
io spero saranno scannati:
e voi da che libro venire cavalli scalcianti?
dovrei stare devoto alla Logica,
a san Giorgio e al cavallo:
un santo e una bestia, dietro un profeta sfiatato.
ma quanta salvezza ci manca: ad esempio restare immortali
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
c’è stata ancora una resurrezione:
ma per effetto clinico, chemioterapico,
medicalizzato. in un tempo assoluto sì,
ma di assoluto tecnico.
l’uomo Nuovo è nuovo di tessuto
e arteria. tutta la sua forma
è nella radiografia, la salvezza
nella spinta dell’ago. ha vinto il trapianto
sulla tragedia.
sulla croce subito una plastica al costato
e poi niente più sangue e acqua,
niente più senso.
ma contro il cuore purtroppo nessuna tecnica:
solo fuga e farmaco,
solo stordimento.
di nulla prima
di nulla dopo
bad-break cardiaco
senza scopo.
una roulette che amo
una roulette che odio
una polvere in fiato
di una polvere in mano.
un assassino del cazzo
un assassino del cazzo
che non ha spiegato
niente di sano.
lo spero ma non lo sento, il vuoto
come un padre cattivo ma mutilato
che mi vuole scarafaggio muto
ma mi scopre lupo digrignato.
ho sbranato la ragione e il senso
mi trovo malato ma molto intenso,
ho sbranato la ragione e il senso
mi trovo malato ma molto intenso.
di nulla prima
di nulla dopo
bad-break cardiaco
senza scopo.
dio mio perché mi hai abbandonato
dio mio perché mi hai abbandonato
dio mio perché mi hai abbandonato.
Se un dio ha fatto questo mondo, non vorrei essere quel dio: la miseria del mondo mi spezzerebbe il cuore.
(Arthur Schopenhauer)

questo è un dolore che non amo né venero
ma tengo stretto al fianco, mio
come un veleno da bere per non farsi avvelenare.
tenere aperti gli occhi e resistente il cuore:
è l’unghia che valica la carne la mia natura,
il mio unico senso da maledire per chiamarlo amore,
per sentirmi finalmente abbandonato e respirare.
ma dove corre l’Adam che non prevede
né controlla il bene, uomo di sé stesso
e non altro che nasce solo da smorfia di dolore
e violazione di acqua e sangue, di carne e pene:
non basteranno droghe e tecniche,
non troveremo premi e prediche.
vita-morte-vita per sopravvivere,
un fiero e rabbioso esistere
di sopportazione e limite,
di sopportazione e limite…
i conigli abitavano in bocche sporche di nebbia,
mordevano fieno sbiadito
che ora si chiede dove sono finiti,
qualcuno slattato moriva in natura.
è rimasto da solo a mangiarsi di freddo un intreccio metallico
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
i topi stanno allacciati a carcasse di pelli
con occhi serrati e mani agli stomaci,
è questa la fine: un passaggio di appesi.
mi ricordo i salami, gli odori di buono
e torte di sangue che a tutti brillavano gli occhi
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
un colpo inesperto una volta non uccise il maiale,
e mezzo sgozzato ed irato faceva tempesta,
benediva di sangue muraglie,
scappavano tutti dal maiale-tempesta.
gli assolti ad imbroglio vedranno le nuvole: io spero saranno scannati
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
dovrei stare devoto alla Logica,
a san Giorgio e al cavallo:
un santo e una bestia, dietro un profeta sfiatato.
ma quanta salvezza ci manca: ad esempio restare immortali
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
pure la piccola vite hanno tolto.
il campo è stato sdentato dei pali
quando è morto mio nonno, la dura attenzione.
seduto nell’erba guardavo salire all’azzurro
l’uva e le foglie bellissime;
la vite era fitta e cresciuta nel cuore,
dava riparo di casa a tralicci.
ma l’erba verdissima aveva ferite giallastre
di sale antigelo cosparso in eccesso.
prendevo un presagio di morte
nei sensi e nel corpo confusa alla vita;
infine trovai di contorno alla casa
una nuda gengiva di campo marrone.
è la mano tremante la nostra morale.
la strada lanciata infinita in pianura
da poco incrocia una via,
improvvisa ha sputato dal buio un lampione e un enorme raccordo:
un CETACEO di terra trafitto da un palo
eiacula al vuoto la luce più fredda.
è l’unica cosa che tende un po’ al cielo.
e d’estate ci cantano le faraone
un ansare eccitato da crapula.
io lascio le pagine, ascolto in silenzio l’annuncio
e non smetto se non smettono loro.
non solo sul giardino
vorrei questa finestra,
ma su tutto il mondo:
uno WINDOWS™ su tutto il conosciuto.
e un tasto destro d’intenzione
che il file avanza, e sa di baco,
ha fatto troppi danni:
allora copiare tutto ed incollare: laggiù,
in quel grosso buco nero.
(non grugnite di buonsenso!
forse è solo un virus messo a nudo,
a volte è così chiaro e disperato:
comunque, l’ordine finale è già sicuro:
SVUOTABUCONERO!)
non basta tutta la seborrea
di metafisiche e fatiche
di rovelli e ripugnanze
che in qualche modo allungano
questa durata sfinita
non basta che vi coli sui lati
la schiuma che provi a sgrassare
questi anni da ghiri o fachiri:
non siamo comunque noi
gli Scacciati? i tragici curiosi
senza fuga che conti veramente?
i disperanti del non-sentire?
inutile l’inassoluto inutile
continuare a costruire ricostruire…
spero sia di nulla prima
e di nulla anche dopo l'ultima ora
la doppia serratura della vita.
ad aprire e a chiudere
questo che soltanto mi sembra
un bad-break cardiaco
(ma di scadenze già sentite, sopratutto di vibre palpebrali)
sia un fatto di roulette
e di pulviscoli.
noi soli, e nessun'altro
Matto Salvatore,
come i nostri passi da zanzare
(che tra scompigliati sottopassi ci vive il cuore):
noi soli,
ad ammanigliare.
