pure la piccola vite hanno tolto.
il campo è stato sdentato dei pali
quando è morto mio nonno, la dura attenzione.
seduto nell’erba guardavo salire all’azzurro
l’uva e le foglie bellissime;
la vite era fitta e cresciuta nel cuore,
dava riparo di casa a tralicci.
ma l’erba verdissima aveva ferite giallastre
di sale antigelo cosparso in eccesso.
prendevo un presagio di morte
nei sensi e nel corpo confusa alla vita;
infine trovai di contorno alla casa
una nuda gengiva di campo marrone.
è la mano tremante la nostra morale.
la strada lanciata infinita in pianura
da poco incrocia una via,
improvvisa ha sputato dal buio un lampione e un enorme raccordo:
un CETACEO di terra trafitto da un palo
eiacula al vuoto la luce più fredda.
è l’unica cosa che tende un po’ al cielo.
e d’estate ci cantano le faraone
un ansare eccitato da crapula.
io lascio le pagine, ascolto in silenzio l’annuncio
e non smetto se non smettono loro.