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piccolo blog-laboratorio di pubblicazioni poetiche, racconti e testi di canzoni. i commenti sono assai graditi e quasi necessari, grazie.

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31/08/2007

la terra spaccata - diario (in versi) di sette giorni tra Israele e Palestina # 1

24 luglio - Milano Malpensa, Tel Aviv, Nazareth


I.
(interrogatorio)

la guardia del mossad
parla col deserto in gola,
in gola per ognuno
ha dieci grammi di paure,
le sputa tutte a macchina
«per la sicurezza dello stato d’israele».
nessun problema, penso:
ma se sono io a non credere
a questa prova d’innocenza, tu ci credi
solo per terrore che fa scena.
oppure è un gioco delle parti:
tu milleottocento al mese
io una settimana
con il vento nella schiena.


guido l’hanno tenuto
fermo a metà del guado
per risposta fuori dal copione.
ha indicato come ponte luca
che sposta le parole dove vuole:
guardia ti ho fottuto, guido pagami da bere.


II.
(compagni di viaggio)

ventisei e luca ventisei f federico
ventisei d un uomo che torna a casa
e mi fa le stesse domande delle guardie.

discendenza delle stelle di abram
che quasi non ha confine che la riconosca
anche lui mi chiederebbe oggi
perché sono qui
quanto rimango
quali sono i miei nomi;

anche lui più che le stelle
conterebbe spaurito le intenzioni.


III.
(tel aviv)

fuori dall’aeroporto
tel aviv esplode di modernità.
vediamo per la prima volta il muro:
dalla cisgiordania è un colle a vista,
una cascata di terra lo ricopre
dalla parte detta buona.

questo cemento non difende, rinchiude:
che la gente non si senta
troppo separata, né troppo sola.


IV.
(jenìn)




quattro righe bianche
per il campo di jenìn
brullo di uomini e tende:

ci trapassa gli occhi
col suo cartello a indicare il niente,

col suo spazio di vista d’autostrada
che erano uomini e figli
animali e terre.

***

Note:

I.
(interrogatorio)
Un viaggio in Israele prevede, ancora in terra italiana, una chiacchierata col servizio di sicurezza della meta. Le domande fioccano per ognuno di noi all’incirca tutte uguali. E’ il Mossad, ma scordatevi Munich di Spielberg. Ad un certo punto sembra un quiz di quelli a cui non crede nessuno.

II.
(compagni di viaggio)
Alla partenza girava voce che tra i passeggeri dell’aereo, di bandiera israeliana, ci fossero uno o più agenti in borghese. Il signore accanto a me, dai modi gentili quanto indagatori, ne aveva tutta la parvenza. Quante frottole gli ho racconto su di me e sul resto del gruppo. Pellegrino. In crisi esistenziale. Tra pellegrini anch’essi in ricerca. Che continueranno il loro cammino spirituale anche dopo il viaggio. Sono il re dei quaquaraqua, altroché.

IV.
(jenìn)
In arabo Jenìn significa paradiso. Ovviamente di paradiso oggi da quelle parti c’è poco. Il massacro del 2002, con ventitre israeliani e cinquanta palestinesi ammazzati, cerca e cercherà chissà ancora per quanto una verità storica. Cinquanta, del resto, è numero perfetto per le agenzie di stampa. E si sa che i numeri possono cambiare, e di molto, la visione delle cose.

postato da: sciarade alle ore 22:07 | link | commenti
categorie: viaggi, poesie, poesia, diario di viaggio

la terra spaccata - diario (in versi) di sette giorni tra Israele e Palestina

“La terra è madre di tutti gli uomini ed anche sepoltura.”
(Proverbio popolare)

 

Introduzione
 
Montale forse avrebbe gioito. Spiego questa raccolta di testi partendo dai non. Questo diario non è un diario vero e proprio. Non racconta quanto è accaduto in sette giorni di viaggio tra Israele e Palestina. Non intende riportare e descrivere tutte le vicende. Sfogliato, pare una raccolta di poesie, ma pure in questo caso i non accorrono. Perché questo diario non è neanche una raccolta di poesie. I versi vanno a capo, ma non aspettando tutto quel tempo di maturazione che di solito lascio ad una mia (tentata) poesia. E le metriche, all’apparenza libere, non lo sono: proprio libertine, e a volte brutte. La prima impressione e il primo pensiero qui sono quelli che contano, non la narrazione, non l’epopea – metto le mani avanti: sì invece a un qualcosa di retorico che, nell’innocente ingordigia della prima impressione, ogni tanto affiora.
 
Cosa conti, in un viaggio, di fatto non lo so. Cosa sia contato per me durante questo mio viaggio l’ho saputo scrivendo, nell’unico modo che le circostanze e il divertimento mi hanno concesso. Sette giorni serratissimi ad incontrare persone, osservare luoghi e tentare di comprendere qualcosa obbligano al verso, che rimane per me la via più visceralmente divertita allo scrivere, nonché la più veloce – nei trasferimenti in bus, tra un check-point e l’altro, nei dieci minuti di simil-riposo prima del vero sonno. E’ la dìade cuore-cervello a dominare qui, ragionamenti e palpiti, non la pretesa di riordinare a parole un viaggio che se almeno non ha disordinato (il sottoscritto), di certo l’ha rimescolato e aggiornato (sempre lui ovviamente: l’altra trentina di persone con me non lo so, ma credo bene di sì).
Dunque voi non saprete tutto quello che è successo laggiù e io non ve lo racconterò, convinto che piano piano pure da queste parti si arriverà a dimenticare un po’ di quanto è successo, mentre il resto, conficcato tra testa e cuore, rimarrà. Che poi è l’unica cosa importante. Così una persona conosce. Per ciò scrive.
postato da: sciarade alle ore 22:00 | link | commenti
categorie: viaggi, poesie, poesia, diario di viaggio

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31/08/2007

la terra spaccata - diario (in versi) di sette giorni tra Israele e Palestina # 1

24 luglio - Milano Malpensa, Tel Aviv, Nazareth


I.
(interrogatorio)

la guardia del mossad
parla col deserto in gola,
in gola per ognuno
ha dieci grammi di paure,
le sputa tutte a macchina
«per la sicurezza dello stato d’israele».
nessun problema, penso:
ma se sono io a non credere
a questa prova d’innocenza, tu ci credi
solo per terrore che fa scena.
oppure è un gioco delle parti:
tu milleottocento al mese
io una settimana
con il vento nella schiena.


guido l’hanno tenuto
fermo a metà del guado
per risposta fuori dal copione.
ha indicato come ponte luca
che sposta le parole dove vuole:
guardia ti ho fottuto, guido pagami da bere.


II.
(compagni di viaggio)

ventisei e luca ventisei f federico
ventisei d un uomo che torna a casa
e mi fa le stesse domande delle guardie.

discendenza delle stelle di abram
che quasi non ha confine che la riconosca
anche lui mi chiederebbe oggi
perché sono qui
quanto rimango
quali sono i miei nomi;

anche lui più che le stelle
conterebbe spaurito le intenzioni.


III.
(tel aviv)

fuori dall’aeroporto
tel aviv esplode di modernità.
vediamo per la prima volta il muro:
dalla cisgiordania è un colle a vista,
una cascata di terra lo ricopre
dalla parte detta buona.

questo cemento non difende, rinchiude:
che la gente non si senta
troppo separata, né troppo sola.


IV.
(jenìn)




quattro righe bianche
per il campo di jenìn
brullo di uomini e tende:

ci trapassa gli occhi
col suo cartello a indicare il niente,

col suo spazio di vista d’autostrada
che erano uomini e figli
animali e terre.

***

Note:

I.
(interrogatorio)
Un viaggio in Israele prevede, ancora in terra italiana, una chiacchierata col servizio di sicurezza della meta. Le domande fioccano per ognuno di noi all’incirca tutte uguali. E’ il Mossad, ma scordatevi Munich di Spielberg. Ad un certo punto sembra un quiz di quelli a cui non crede nessuno.

II.
(compagni di viaggio)
Alla partenza girava voce che tra i passeggeri dell’aereo, di bandiera israeliana, ci fossero uno o più agenti in borghese. Il signore accanto a me, dai modi gentili quanto indagatori, ne aveva tutta la parvenza. Quante frottole gli ho racconto su di me e sul resto del gruppo. Pellegrino. In crisi esistenziale. Tra pellegrini anch’essi in ricerca. Che continueranno il loro cammino spirituale anche dopo il viaggio. Sono il re dei quaquaraqua, altroché.

IV.
(jenìn)
In arabo Jenìn significa paradiso. Ovviamente di paradiso oggi da quelle parti c’è poco. Il massacro del 2002, con ventitre israeliani e cinquanta palestinesi ammazzati, cerca e cercherà chissà ancora per quanto una verità storica. Cinquanta, del resto, è numero perfetto per le agenzie di stampa. E si sa che i numeri possono cambiare, e di molto, la visione delle cose.

sciarade alle ore 22:07
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la terra spaccata - diario (in versi) di sette giorni tra Israele e Palestina

“La terra è madre di tutti gli uomini ed anche sepoltura.”
(Proverbio popolare)

 

Introduzione
 
Montale forse avrebbe gioito. Spiego questa raccolta di testi partendo dai non. Questo diario non è un diario vero e proprio. Non racconta quanto è accaduto in sette giorni di viaggio tra Israele e Palestina. Non intende riportare e descrivere tutte le vicende. Sfogliato, pare una raccolta di poesie, ma pure in questo caso i non accorrono. Perché questo diario non è neanche una raccolta di poesie. I versi vanno a capo, ma non aspettando tutto quel tempo di maturazione che di solito lascio ad una mia (tentata) poesia. E le metriche, all’apparenza libere, non lo sono: proprio libertine, e a volte brutte. La prima impressione e il primo pensiero qui sono quelli che contano, non la narrazione, non l’epopea – metto le mani avanti: sì invece a un qualcosa di retorico che, nell’innocente ingordigia della prima impressione, ogni tanto affiora.
 
Cosa conti, in un viaggio, di fatto non lo so. Cosa sia contato per me durante questo mio viaggio l’ho saputo scrivendo, nell’unico modo che le circostanze e il divertimento mi hanno concesso. Sette giorni serratissimi ad incontrare persone, osservare luoghi e tentare di comprendere qualcosa obbligano al verso, che rimane per me la via più visceralmente divertita allo scrivere, nonché la più veloce – nei trasferimenti in bus, tra un check-point e l’altro, nei dieci minuti di simil-riposo prima del vero sonno. E’ la dìade cuore-cervello a dominare qui, ragionamenti e palpiti, non la pretesa di riordinare a parole un viaggio che se almeno non ha disordinato (il sottoscritto), di certo l’ha rimescolato e aggiornato (sempre lui ovviamente: l’altra trentina di persone con me non lo so, ma credo bene di sì).
Dunque voi non saprete tutto quello che è successo laggiù e io non ve lo racconterò, convinto che piano piano pure da queste parti si arriverà a dimenticare un po’ di quanto è successo, mentre il resto, conficcato tra testa e cuore, rimarrà. Che poi è l’unica cosa importante. Così una persona conosce. Per ciò scrive.

sciarade alle ore 22:00
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