
C’è una lunga strada dritta vicino a casa mia. Una strada scavata tra i campi, come dal solco enorme di un ancora più enorme aratro. Collega il paese dove abito al raccordo verso la superstrada, l’autostrada, Milano. Da alcuni anni, nei primi giorni di dicembre, una gru che da sempre sta a lato di questa strada viene addobbata con delle luci di natale, luci di natale di due tipi: gialle a filamenti, che ricoprono tutta la struttura metallica della gru; e bianche ad intermittenza, che tempestano di punti bianchi la struttura illuminata dai filamenti.
Se passi di notte da questa strada ad un certo punto vedrai spuntare dal buio la T della gru illuminata come un albero di natale, il nostro albero di natale. E se per caso ti capitasse di fermarti sotto alla nostra gru-albero di natale, troveresti i doni che noi, ogni notte del ventiquattro dicembre da molti anni, ci scambiamo facendoci gli auguri: blocchi di cemento grigio alti non più di tre metri e larghi altrettanto, che fino alla notte di ogni ventiquattro dicembre attendono il loro turno sotto il tronco e i rami metallici della nostra gru-albero di natale. Noi ci regaliamo solo quelli, nient’altro.
A che cosa ci servono? C’è un mare davanti a noi, il mare dei trecentosessantacinque giorni di lavoro e produzione dell’indomabile provincia bergamasca. Quella è la materia che ci fa lavorare, produrre, guadagnare. Ed è la stessa che attraversando il mare ogni anno ci fa affondare lentamente, sempre un po’ di più, perché tutti lo sanno che attraversando il mare con un blocco di cemento addosso si affonda, si annega. Ma noi non ce ne accorgiamo di affondare, né tantomeno ci accorgiamo che qualcuno ogni tanto annega. Perché a noi quei blocchi servono, e per di più sono i nostri regali di natale che ogni anno ci scambiamo, dopo che dai primi di dicembre fino alla notte del ventiquattro stanno ad attendere sotto la nostra gru-albero di natale. Non può esserci nulla di cattivo sotto una gru, pensiamo, non può esserci nulla di cattivo sotto un albero di natale. E intanto affondiamo, qualcuno annega, e sulla strada le luci illuminano la T metallica della nostra gru-albero di natale. Che se la guardi bene, con tutte le sue lampadine gialle sempre accese e quelle bianche a intermittenza, non sembra un albero di natale, non sembra neanche una gru. Sembra una croce. La nostra croce-albero di natale, con sotto i blocchi di cemento di chi anno dopo anno piano piano affonda. Di chi a forza di affondare, dopo un po’ annega.
Buon natale.
l’amore che ci prende a branchi
che ci crocifigge silenziosi alle vetrine
cos’era allora? lo ricordi?
un diario dove scrivere parole
strade buie e sabati pomeriggio
dove accecare i corpi
e lasciarli senza nome.
ma non cercarlo ancora: se ci fosse
lo scolpiremmo in fondo ai battiti
quando manca una temporanea redenzione.
abbiamo trovato un mondo formicaio pesante
ed occhi da lupi dei primi amori andati dei nuovi senza lasciti.
lo sappiamo bene tutti:
saremo noi a sbranare
saremo noi ad essere sbranati.
dice il mio amico Francesco
che prima di uscire lui si masturba
perché così i feromoni vanno nell’aria
e nel naso delle ragazze che poi
lo vogliono di più.
adesso anch’io, prima di uscire
il vestito pulito le scarpe nuove
i capelli a posto il profumo spruzzato
e una sega
che mi posiziona meglio sul mercato,
proprio come aidayespica
o un peluche di vombato.