è un porto che non conosco
quello dove poter partire
per un buon posto per un ricordo –
prendi le lance ma io non vengo
ancora…
non esce il Capitano, questa nave
non parte, la tiene dalla prora
una mano di madre, una trave
è la mia schiena infilzata
alla mia ora,
bada a te stesso, uomo.
nella bocca d’acqua si cade
come dentro una secchia
di mondo brutto, crolla un pezzetto
e il resto è tutto nella buca:
nel legno, ti aspetto nel legno
Luca.
Megattera
è la parole femmina
che devo scacciare
per pronunciare ancora
mare
mare
mare
mare.

ora prendi le tue quattr’ossa ed esci
o rimani ed entra nel tempio scarso di quest’uomo.
o fuori o dentro: la soluzione è
rosari di scariche
orgasmi di terra contro figli di cemento.
uccidere è un buon modo di fingerti
ma non sarò l’animale arrabbiato ferito
ma la ferita nel tuo animale vertebrale,
o lasciati trovare nel volo degli angeli
tra i pesci azzurri a scopare nei porti.
la terra trema per l’aratro del tuo cuore
per il tuo fegato appaltato ad insegne brillanti.
tutto ti scivola interno scivolando negli istanti
ma è inchiodata al mattino la paura di perderci.
la soluzione è
rosari di scariche, arrivare nella polvere
e romperci per rompere.
crepa.
io sono le cose da esse sono nato
tra loro la mia misura.
di cose il mio spazio di cose il mio tempo
di cose il meglio e il peggio.
la carne incisa dalle cose
lo spirito immaginato e terso:
dalle cose l’assoluto, l’irrisolto,
un verso estratto
un senso eterno.
iena l’Istante mi addenta
Subito mitraglia ieri
spegne futuro e pensieri.
Memoria duole e non manca
l’eterno presente freme
l’eterno presente tiene.
ma le cose oggi sfuggono
attraversano nascite e non le tieni
trascinano spazi che non ricordi
annullano tempi in cui non c’eri.
ed è meglio più cose ed è peggio di meno
che in cose su cose credi ma non speri
che di cose su cose muori ma non vedi.
Rivelati nel Nuovo dimentica Umano
l’Apocalisse è nel NON accanto all’uomo
l’Apocalisse è nel NON accanto all’uomo
iena l’Istante mi addenta
Subito mitraglia ieri
spegne futuro e pensieri.
Memoria duole e non manca
l’eterno presente freme
l’eterno presente tiene.
nella nebbia un casotto di pietra
nel casotto una gabbia di ferro
nella gabbia i conigli slattati
a morire da soli in natura.
in cantina i salami rimasti
sulle travi le corde ammuffite
sulla ghiaia carcasse di pelli
a sfiancare i topi impazziti.
è questa la fine:
un intreccio metallico
un passaggio di appesi,
e voi da che libro venire cavalli scalcianti?
un colpo inesperto una volta non uccise il maiale
e mezzo sgozzato ed irato
faceva tempesta, benediva di sangue muraglie:
scappavano tutti dal maiale-tempesta.
gli assolti da imbroglio
vedranno le nuvole,
io spero saranno scannati:
e voi da che libro venire cavalli scalcianti?
dovrei stare devoto alla Logica,
a san Giorgio e al cavallo:
un santo e una bestia, dietro un profeta sfiatato.
ma quanta salvezza ci manca: ad esempio restare immortali
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
di nulla prima
di nulla dopo
bad-break cardiaco
senza scopo.
una roulette che amo
una roulette che odio
una polvere in fiato
di una polvere in mano.
un assassino del cazzo
un assassino del cazzo
che non ha spiegato
niente di sano.
lo spero ma non lo sento, il vuoto
come un padre cattivo ma mutilato
che mi vuole scarafaggio muto
ma mi scopre lupo digrignato.
ho sbranato la ragione e il senso
mi trovo malato ma molto intenso,
ho sbranato la ragione e il senso
mi trovo malato ma molto intenso.
di nulla prima
di nulla dopo
bad-break cardiaco
senza scopo.
dio mio perché mi hai abbandonato
dio mio perché mi hai abbandonato
dio mio perché mi hai abbandonato.
Se un dio ha fatto questo mondo, non vorrei essere quel dio: la miseria del mondo mi spezzerebbe il cuore.
(Arthur Schopenhauer)

questo è un dolore che non amo né venero
ma tengo stretto al fianco, mio
come un veleno da bere per non farsi avvelenare.
tenere aperti gli occhi e resistente il cuore:
è l’unghia che valica la carne la mia natura,
il mio unico senso da maledire per chiamarlo amore,
per sentirmi finalmente abbandonato e respirare.
ma dove corre l’Adam che non prevede
né controlla il bene, uomo di sé stesso
e non altro che nasce solo da smorfia di dolore
e violazione di acqua e sangue, di carne e pene:
non basteranno droghe e tecniche,
non troveremo premi e prediche.
vita-morte-vita per sopravvivere,
un fiero e rabbioso esistere
di sopportazione e limite,
di sopportazione e limite…
i conigli abitavano in bocche sporche di nebbia,
mordevano fieno sbiadito
che ora si chiede dove sono finiti,
qualcuno slattato moriva in natura.
è rimasto da solo a mangiarsi di freddo un intreccio metallico
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
i topi stanno allacciati a carcasse di pelli
con occhi serrati e mani agli stomaci,
è questa la fine: un passaggio di appesi.
mi ricordo i salami, gli odori di buono
e torte di sangue che a tutti brillavano gli occhi
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
un colpo inesperto una volta non uccise il maiale,
e mezzo sgozzato ed irato faceva tempesta,
benediva di sangue muraglie,
scappavano tutti dal maiale-tempesta.
gli assolti ad imbroglio vedranno le nuvole: io spero saranno scannati
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
dovrei stare devoto alla Logica,
a san Giorgio e al cavallo:
un santo e una bestia, dietro un profeta sfiatato.
ma quanta salvezza ci manca: ad esempio restare immortali
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
e voi da che libro venite, cavalli scalcianti?
pure la piccola vite hanno tolto.
il campo è stato sdentato dei pali
quando è morto mio nonno, la dura attenzione.
seduto nell’erba guardavo salire all’azzurro
l’uva e le foglie bellissime;
la vite era fitta e cresciuta nel cuore,
dava riparo di casa a tralicci.
ma l’erba verdissima aveva ferite giallastre
di sale antigelo cosparso in eccesso.
prendevo un presagio di morte
nei sensi e nel corpo confusa alla vita;
infine trovai di contorno alla casa
una nuda gengiva di campo marrone.
è la mano tremante la nostra morale.
la strada lanciata infinita in pianura
da poco incrocia una via,
improvvisa ha sputato dal buio un lampione e un enorme raccordo:
un CETACEO di terra trafitto da un palo
eiacula al vuoto la luce più fredda.
è l’unica cosa che tende un po’ al cielo.
e d’estate ci cantano le faraone
un ansare eccitato da crapula.
io lascio le pagine, ascolto in silenzio l’annuncio
e non smetto se non smettono loro.